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Una moglie perfetta (quasi)


di AleCas81
10.02.2026    |    4.226    |    5 9.9
"Una sera, mentre Andrea dormiva già accanto a lei, Carla era sotto le coperte con il telefono tra le mani, la luce dello schermo che le illuminava appena il viso..."
Carla si svegliava sempre qualche minuto prima della sveglia, come se il corpo conoscesse già il ritmo della casa. La luce dell’alba filtrava dalle persiane socchiuse, disegnando strisce dorate sul soffitto della camera. Andrea dormiva ancora, girato di lato, il respiro lento e profondo. Carla restava qualche istante a guardarlo quell’uomo che era stato il suo ragazzo, poi marito, poi padre dei suoi figli. Provava ancora affetto, una tenerezza stabile, costruita negli anni. Si alzava piano per non svegliarlo, infilando la vestaglia leggera sopra la camicia da notte. D’estate era quasi impalpabile, un tessuto sottile che seguiva le sue curve mentre attraversava il corridoio. In cucina iniziava la danza della mattina: caffè sul fuoco, merendine negli zaini, richiami ai figli ancora assonnati.

«Mamma, dove sono le scarpe?»
«Sul mobile, come sempre.»

Si muoveva veloce, ma con quella grazia naturale che non aveva mai perso. Quando si chinava a raccogliere qualcosa o si allungava verso i pensili alti, la vestaglia si tendeva appena sulle sue forme generose, per poi tornare morbida quando si raddrizzava. Andrea arrivava in cucina poco dopo, spettinato, con la camicia ancora sbottonata sul petto. Un bacio veloce, di abitudine più che di slancio. Un gesto affettuoso, ma rapido, inghiottito dalla fretta del mattino. Dopo aver lasciato i bambini a scuola, Carla raggiungeva l’ufficio. Lavorava come impiegata comunale, un ambiente ordinato, fatto di scartoffie, timbri e telefoni che squillavano sempre negli stessi orari. Indossava abiti semplici ma curati: gonne al ginocchio, camicette morbide che valorizzavano senza ostentare. I colleghi la conoscevano come una donna gentile, affidabile, sempre pronta ad aiutare. Seduta alla scrivania, concentrata sui documenti, ogni tanto si portava una ciocca di capelli dietro l’orecchio. Un gesto distratto, femminile, che faceva emergere il profilo del collo. La giornata scorreva tra pratiche, firme, pause caffè. Nulla di straordinario — eppure, a tratti, Carla avvertiva una strana sensazione… come se la routine non riuscisse più a contenere tutta la sua energia interiore. Il pomeriggio era dei figli. Compiti sul tavolo della cucina, merenda preparata al volo, racconti di scuola ascoltati mentre piegava il bucato. La casa profumava di pulito e di sugo sul fuoco. Quando Andrea rientrava dal lavoro, stanco ma sereno, Carla lo accoglieva con un sorriso. Si sfioravano mentre lei apparecchiava, piccoli contatti casuali: una mano sul braccio, un passaggio stretto dietro la sedia. Gesti normali… eppure sempre più carichi di una lentezza non detta. La sera cenavano insieme, poi televisione, poi i bambini a letto. La domenica aveva un ritmo diverso. Carla sceglieva con cura cosa indossare per la messa: abiti sobri, ma che le cadevano addosso con eleganza naturale. Seduta in chiesa accanto ad Andrea, le mani giunte, lo sguardo rivolto all’altare, respirava quell’atmosfera di silenzio e raccoglimento che conosceva fin da bambina. Le vetrate colorate filtravano la luce sul suo viso, esaltando i riflessi caldi dei capelli. Pregava per la famiglia, per la salute, per la serenità. Eppure, in qualche angolo profondo di sé, sentiva anche un’altra preghiera senza parole… una richiesta confusa, fatta più di sensazioni che di pensieri. Come il desiderio di sentirsi ancora vista. Ancora toccata nell’anima, prima ancora che nel corpo. Quella era la vita di Carla: piena, ordinata, rispettabile. Ma sotto la superficie tranquilla delle sue giornate tra una pratica d’ufficio, una cena in famiglia e una preghiera sussurrata qualcosa stava lentamente cambiando. Qualcosa che lei stessa non aveva ancora il coraggio di nominare. Non era infelice. Carla questo lo sapeva bene. Aveva una famiglia, stabilità, affetto. Andrea era un uomo presente, un buon padre, un marito che non le aveva mai fatto mancare rispetto o sicurezza. Eppure, da qualche tempo, dentro di lei si era aperto uno spazio silenzioso. Una mancanza difficile da spiegare, persino a sé stessa. Non riguardava solo l’intimità fisica, diventata sporadica negli anni. Era qualcosa di più sottile: il desiderio di sentirsi guardata con stupore, desiderata senza abitudine, percepita come donna non solo come madre, moglie, impiegata. Le capitava la sera, quando la casa finalmente taceva. Restava sul divano con il telefono in mano, scorrendo distrattamente notizie o social, finché un giorno quasi per caso si imbatté in un sito dal nome provocatorio: Annunci69. All’inizio stava per chiudere subito la pagina. Le sembrava un mondo lontanissimo dal suo: audace, segreto, quasi proibito. Ma la curiosità fu più forte. Nei giorni successivi tornò più volte su quel sito, sempre con circospezione, come se qualcuno potesse vederla anche da sola in salotto. Non partecipava. Leggeva. Racconti, confessioni, fantasie scritte da sconosciuti. All’inizio con imbarazzo, poi con un coinvolgimento crescente. Quelle storie accendevano qualcosa dentro di lei: immagini, sensazioni, ricordi sopiti. Non era tanto ciò che veniva raccontato, ma il modo in cui faceva vibrare la sua immaginazione. Si ritrovava a perdersi tra le righe, il respiro leggermente più lento, il cuore più vigile. Era come aprire una finestra su una parte di sé che aveva chiuso da anni. Un pomeriggio rientrò a casa prima del previsto. I bambini erano ancora a scuola, Andrea al lavoro. La casa era immersa in un silenzio tiepido, rotto solo dal ronzio lontano delle cicale estive. Carla rimase qualche minuto in piedi in cucina, indecisa. Poi prese il telefono. Tornò su quel sito. Esitò ancora… ma quella volta fece qualcosa di diverso. Creò un account. Non mise foto sue l’idea la faceva arrossire solo a pensarci. Scrisse però una descrizione accurata, sincera, capace di incuriosire senza esporsi troppo. Disse che era lì solo per scambiare due parole. Che era felicemente sposata. Che non cercava nulla di concreto, solo conversazioni leggere, forse un po’ di evasione. Rilesse il testo tre volte prima di pubblicarlo, il cuore che batteva come se stesse facendo qualcosa di proibito. Nei giorni successivi, però, non ebbe quasi tempo di tornare sul sito. Il fine settimana la inghiottì: spesa, figli, pranzo dai parenti, la messa, Andrea, la casa da sistemare. La sua vita reale tornò a occupare ogni spazio. Lunedì pomeriggio, in ufficio, regnava la solita quiete sonnolenta. Dopo pranzo c’era sempre poco da fare. I colleghi uscivano uno alla volta, qualcuno in ferie, qualcun altro in riunione. L’ufficio iniziava a svuotarsi. Carla restò alla scrivania, fingendo di controllare alcune pratiche. Poi, con un gesto furtivo, aprì la borsa. Prese il telefono. Fece l’accesso al sito. Il cuore accelerò quando vide la notifica dei messaggi. Diversi. La maggior parte li scartò subito: troppo diretti, troppo volgari, troppo lontani da ciò che pensava di cercare. Poi uno la fece fermare. Il nome era semplice: Marco. Aprì la chat. Il messaggio era diverso dagli altri. Diceva che la sua descrizione lo aveva colpito. Che gli sembrava sincera. Che si chiedeva se fosse davvero felice, se non le mancasse nulla… e cosa l’avesse spinta a iscriversi lì. Si presentava con educazione, senza invadenza. Carla lesse lentamente, più di una volta. Sentiva una strana agitazione nello stomaco, un misto di curiosità e timore. Stava ancora fissando lo schermo quando, all’improvviso, un collega entrò nell’ufficio. Lei si bloccò. Un riflesso immediato, quasi colpevole. Posò il telefono sulla scrivania con un gesto innaturale, troppo veloce, come se stesse nascondendo qualcosa di enorme. Il cuore le martellava nel petto. Il collega parlava… ma lei aveva sentito a malapena una parola. Per la prima volta, Carla ebbe la netta sensazione di aver aperto una porta che non sapeva ancora se avrebbe avuto il coraggio di richiudere. Quella sera Carla tornò a casa più silenziosa del solito. La routine fu identica a tutte le altre: cena preparata, tavola sparecchiata, compiti controllati, cartelle pronte per il giorno dopo. Andrea parlava del lavoro, i bambini si punzecchiavano come sempre. Lei annuiva, sorrideva, partecipava… ma una parte della sua mente restava altrove, come sospesa. Dopo aver messo i figli a letto, Andrea le diede un bacio veloce sulla guancia.
«Io vado a dormire, sono distrutto.»
Lei rispose con un sorriso stanco.
«Arrivo tra poco.»
Ma non si mosse. Rimase sul divano, sola, con la casa finalmente immersa nel silenzio. La luce soffusa della lampada accanto al televisore disegnava ombre morbide sulle pareti. Carla prese il telefono dal tavolino, lo girò tra le mani per qualche secondo, come se pesasse più del solito. Poi fece l’accesso al sito. Il messaggio di Marco era ancora lì. Lo rilesse, lentamente. Sentiva una strana agitazione, un misto di curiosità e cautela. Dopo qualche esitazione, iniziò a scrivere. Si presentò usando un nome inventato qualcosa di semplice, neutro, che non potesse ricondurre a lei. Scrisse con educazione, mantenendo una certa distanza. Confermò di essere sposata, di non cercare nulla di concreto, solo conversazioni leggere. Rilesse il messaggio più volte prima di inviarlo. Quando premette “invia”, il cuore le batté più forte del previsto. Passò quasi un’ora prima che decidesse di andare a letto. Entrò in camera in punta di piedi. Andrea dormiva già, girato di spalle, il respiro profondo. Carla si infilò sotto le lenzuola, spense la luce sul comodino… ma prima di posare il telefono, quasi senza pensarci, riaprì la chat. Marco aveva risposto. Subito. Il messaggio era lungo, gentile. Anche lui sposato. Anche lui con figli. Una vita piena, simile alla sua, fatta di responsabilità, affetto… e routine. Quella somiglianza la colpì più di tutto. Si scambiarono alcuni messaggi per conoscersi meglio: età, lavoro, abitudini quotidiane. Quando lui chiese dove vivesse, Carla esitò. Non volle dare la città precisa. Scrisse solo che abitava in un piccolo paese del Sud Italia, senza entrare nei dettagli. Il timore che qualcuno potesse risalire a lei era ancora forte, quasi fisico. Marco, invece, fu più diretto. Disse che viveva a Roma, che era sposato e aveva un bambino piccolo. La conversazione scorreva con naturalezza, senza forzature. Lui faceva domande con delicatezza. Lei rispondeva, ma sempre mantenendo un velo di prudenza. E proprio quella sua cautela, quel modo un po’ furtivo di esporsi e ritrarsi, alimentava in Marco ancora più curiosità. Si percepiva tra le righe: la voglia di capire di più, di avvicinarsi piano. Carla sentiva quella tensione sottile crescere, ma insieme anche una lieve inquietudine. Guardò l’orario. Era tardi. Si voltò verso Andrea che dormiva accanto a lei, ignaro. Tornò sulla chat e scrisse un ultimo messaggio, breve. Disse che doveva andare, che era stata una chiacchierata piacevole, ma che si sarebbero risentiti. Poi chiuse la conversazione. Spense lo schermo. Rimase qualche secondo immobile nel buio, con il telefono ancora tra le mani e una sensazione nuova che le attraversava il petto metà leggerezza, metà vertigine. Come se qualcosa fosse appena iniziato… senza che lei sapesse davvero dove avrebbe potuto portarla. Il giorno dopo, in ufficio, il pomeriggio scivolò lento come sempre. Dopo pranzo restavano poche pratiche da sbrigare, qualche telefonata, il rumore distante della stampante nel corridoio. I colleghi uscivano uno alla volta, lasciando l’aria immobile, quasi sospesa. Carla provò a concentrarsi sui documenti davanti a lei, ma la mente tornava continuamente alla sera prima. Alla chat. A Marco. A quelle parole educate, misurate, così diverse da tutto il resto che aveva letto su quel sito. Quando l’ufficio si svuotò quasi del tutto, aprì la borsa con lo stesso gesto furtivo del giorno precedente. Prese il telefono. Fece l’accesso al sito. Il cuore accelerò appena vide che Marco era online. Restò qualche secondo a fissare lo schermo, indecisa. Poi digitò un messaggio breve, diretto, ma sincero. Gli chiese cosa cercasse davvero lì dentro. Non in generale proprio lui. La risposta arrivò dopo pochi minuti. Marco scrisse che, a dire il vero, non lo sapeva nemmeno lui. Disse che non gli mancava nulla: una moglie, una famiglia, una vita piena. Che si era iscritto solo qualche giorno prima, più per curiosità che per altro, per conoscere qualcuno con cui parlare senza maschere. Aggiunse che non avrebbe mai tradito sua moglie. Lo scrisse chiaramente, senza ambiguità. Disse che i video, i racconti… sì, potevano incuriosire, ma mancava sempre qualcosa. Una componente emotiva, uno scambio vero, umano — quello che solo una persona reale poteva dare, anche solo parlando. Carla rimase in silenzio a lungo dopo aver letto. Rilesse quelle frasi più volte. Non c’era volgarità. Non c’era pressione. Solo una sincerità che la colpì in modo inaspettato. Quelle parole la rassicurarono. Sentì nascere una piccola fiducia, fragile ma reale. Perché anche lei era lì per qualcosa di simile. Anche lei non avrebbe mai tradito Andrea. Andrea era stato il suo primo fidanzato, il suo unico uomo, il compagno di tutta la vita. L’idea stessa del tradimento le sembrava lontana, quasi irreale. Eppure… Quello spazio di dialogo, quella bolla segreta fatta solo di parole, le dava una sensazione nuova. Non colpevole — almeno non del tutto — ma viva. Scrisse che capiva cosa intendesse. Che anche lei non cercava nulla di concreto. Solo qualcuno con cui parlare senza il peso dei ruoli quotidiani. Mentre inviava il messaggio, si rese conto di quanto fosse vero. Con Marco non era “mamma”. Non era “moglie”. Non era “impiegata”. Era solo Carla o meglio, il nome che aveva scelto di usare ma soprattutto era una donna che tornava a raccontarsi. Posò il telefono sulla scrivania quando sentì dei passi nel corridoio. Ma questa volta non c’era solo agitazione. C’era anche una sottile, inattesa attesa. Le giornate di Carla continuarono a scorrere con il solito ritmo. Bambini, casa, lavoro, Andrea. Fuori, nulla era cambiato. Dentro, invece, qualcosa si stava lentamente muovendo. Lei e Marco iniziarono a scriversi con regolarità, quasi ogni giorno. All’inizio brevi messaggi, poi conversazioni sempre più lunghe, infilate tra una pausa caffè e una sera sul divano. Si raccontavano la vita quotidiana: cosa avevano fatto durante la giornata, le piccole seccature del lavoro, le abitudini dei figli, i piatti preferiti, la musica che ascoltavano in macchina. Era una complicità semplice, fatta di normalità condivisa. Proprio quella somiglianza li avvicinava. Col tempo, però, i discorsi iniziarono a cambiare tono. Non in modo brusco ma graduale, naturale. Una sera, mentre Andrea dormiva già accanto a lei, Carla era sotto le coperte con il telefono tra le mani, la luce dello schermo che le illuminava appena il viso. Marco le fece una domanda più personale. Le chiese da quanto tempo non faceva l’amore con suo marito. Carla rimase qualche minuto a fissare il messaggio. Sentì un leggero imbarazzo salire, ma anche la strana libertà di poter rispondere senza essere giudicata. Scrisse che era passato circa un mese. Poi, quasi per equilibrio, gli chiese: «E tu?» Lui rispose che nel suo caso erano passate un paio di settimane. La conversazione restò in sospeso per qualche istante, come se entrambi stessero valutando fin dove spingersi. Marco le chiese se prendeva mai lei l’iniziativa. Carla esitò prima di rispondere. Poi scrisse la verità una verità che forse non aveva mai detto ad alta voce nemmeno a sé stessa. Disse che, negli ultimi anni, non si sentiva più desiderata come prima. Che a volte provava a richiamare l’attenzione, con piccoli gesti, con una carezza, con una vicinanza cercata. Ma spesso tutto si riduceva a qualcosa di veloce, quasi abitudinario. Senza quella passione, quel coinvolgimento emotivo che ricordava dei primi anni. Non parlava con rabbia più con malinconia. Marco lesse in silenzio, poi rispose con delicatezza. Le disse che capiva cosa intendesse. Che anche per lui, a volte, la routine aveva preso il posto dell’intensità. Poi, spinto da una curiosità che mescolava desiderio e confidenza, le fece un’altra domanda. Più audace. Le chiese come facesse, da sola, a gestire i momenti in cui sentiva più forte il bisogno di intimità. Carla arrossì anche se era sola nel buio. Restò a lungo senza scrivere. Si sentiva imbarazzata… ma non offesa. C’era tra loro ormai un clima di fiducia, costruito giorno dopo giorno. Alla fine rispose con una frase semplice, quasi evasiva: «Come fanno tutte le donne… non è un segreto.» Marco colse il sottinteso, ma restò sullo stesso tono leggero. Lei allora, lasciandosi andare a un filo di complicità in più, aggiunse una risposta breve, ironica, che la fece sorridere mentre la digitava: «Ho delle mani anche io.» Dopo aver inviato il messaggio, il cuore le batteva più forte. Non era tanto ciò che aveva scritto ma il fatto di averlo condiviso con qualcuno. Si voltò verso Andrea che dormiva profondamente, ignaro di quel mondo parallelo fatto solo di parole e pensieri. E per la prima volta, Carla si rese conto che quella connessione nata quasi per gioco stava iniziando a toccare corde molto più profonde di quanto avesse immaginato. Quella sera la casa era immersa nel silenzio. Andrea dormiva già, girato di lato, il respiro profondo e regolare. Carla era sotto le coperte, la schiena appoggiata alla testiera, il telefono tra le mani. La luce dello schermo le illuminava il viso e parte del collo scoperto. La chat con Marco era aperta da diversi minuti. Parlavano a bassa voce per modo di dire perché ogni messaggio sembrava sussurrato più che scritto. A un certo punto lui le scrisse, con una dolcezza disarmante, cosa indossasse quella sera. Carla restò a fissare la domanda. Sentì un brivido leggero attraversarle la schiena. Non era una richiesta volgare piuttosto curiosa, quasi tenera nel modo in cui era stata posta. Esitò qualche secondo… poi rispose. Scrisse che indossava una vestaglia rosa. Marco rimase a guardare lo schermo, immaginandola. Il colore tenue, il tessuto leggero, i capelli sciolti sulle spalle. La scena gli si formò in mente con una chiarezza che lo fece sorridere da solo nel buio della sua stanza. Le chiese, con la stessa delicatezza, ma con un sottotono ormai evidente: «E sotto?» Carla sentì il cuore accelerare. Guardò per un istante Andrea accanto a lei, poi tornò allo schermo. Le dita le rimasero sospese sulla tastiera prima di scrivere una sola parola: «Nulla.» Dopo aver inviato il messaggio, trattenne il respiro.

Carla è sdraiata sul fianco sinistro, il respiro regolare di Andrea accanto a lei scandisce il tempo con monotona prevedibilità. La stanza è immersa nell’oscurità quasi completa, la sveglia digitale emette un bagliore verdognolo che illumina appena le sagome dei mobili.

Il telefono vibra fra le sue mani: un messaggio breve e preciso.

“Togliti la vestaglia.” Il cuore di Carla salta un battito. Guarda il marito dormire, la fronte leggermente aggrottata come se stesse facendo uno sforzo anche nel sonno.

Le sue dita si muovono lente sul tessuto morbido che le copre il corpo, lo scostano piano senza fare rumore fino a quando non può tirarlo via del tutto. Sotto è nuda, la pelle d’oca che si alza in risposta alla tensione e al freddo.

“Brava… ora posiziona il cuscino fra le gambe.” Un altro messaggio.

Lei solleva piano i fianchi, infila il cuscino sotto di sé. Il cotone fresco tocca la pelle sensibile del pube e lei inspira a fondo mentre una scossa le attraversa tutto il corpo. La vagina si stringe in modo involontario al contatto.

“Ecco… brava… sentilo.” Le parole sembrano accarezzarla dall’interno delle cosce.

I messaggi continuano, brevi ordini che la guidano attraverso un gioco pericoloso:

“Adesso usa le dita… descrivimi come ti senti.”

Carla chiude gli occhi. Espira piano dalle narici mentre le sue mani si spostano fra le gambe. Le dita scivolano agevolmente dentro di lei, bagnate dai suoi stessi liquidi.

“Sono fradicia…” scrive con mano tremolante “Il cuscino è zuppo.”

Un gemito sfugge dalle sue labbra e lei si affretta a coprirsi la bocca con la mano libera. Andrea non si muove ma il battito del suo cuore aumenta comunque.

“Masturbati piano… fammi sentire ogni dettaglio.”

Le sue dita vanno avanti e indietro, scivolando dentro e fuori dall’umida apertura che pulsa per essere riempita.

Il respiro si fa affannato. Il corpo inizia a tremare impercettibilmente mentre il piacere cresce fra le gambe.

“Sto venendo…” scrive con mani sudate “Non ce la faccio più.”

Dall’altra parte del telefono c’è solo una parola:

“Vieni per me…”

E lei lo fa, il bacino si alza dal letto mentre le dita affondano completamente dentro di sé e un orgasmo silenzioso ma potente la scuote tutta.

Il seno si solleva rapido, i capezzoli diventano turgidi sotto il cotone della camicia da notte. Le gambe sono molli quando crolla nuovamente sul materasso, il respiro pesante.

Guarda il marito dormire e sente una fitta di colpa mista al senso di liberazione che la attraversa come un’onda calda.

Le dita scivolano fuori dalla vagina bagnate dei suoi umori.

Il telefono vibra ancora fra le sue mani:

“Rimani senza nulla addosso… così ti sento con me tutta la notte.”

E lei non si muove per coprirsi. Rimane lì, nuda sotto le coperte accanto all’uomo che dorme ignaro di tutto mentre il cuore continua a batterle forte contro le costole.
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